Gran Bretagna, il paradiso fiscale più efficiente d’Europa

Sgravi alle aziende. Imposte ai minimi. E una rete di territori offshore. Così Londra si rivela più vantaggiosa del Lussemburgo degli scandali. Tra le proteste dei governi Ue

Domanda: qual è il più efficiente paradiso fiscale d’Europa? Dove si trova il rifugio più attraente per aziende e privati cittadini alla ricerca di un rifugio al riparo dalla tasse? No, non è il Lussemburgo, al centro poche settimane fa dello scandalo LuxLeaks sul trattamento di favore (eufemismo) riservato a centinaia di imprese internazionali. E neppure la Svizzera, che pure offre generosi sconti d’imposta ai ricchi stranieri. Montecarlo resta un’oasi per pochi vip e il fascino dell’Irlanda è molto diminuito per effetto di alcune recenti novità legislative.

E allora chi vince? Vince Londra. È la Gran Bretagna, infatti, l’unico Paese europeo in grado di garantire all’investitore straniero un pacchetto completo che comprende aliquote basse, burocrazia e servizi d’alta qualità e infine, grazie alla City, anche un accesso privilegiato al mercato mondiale dei capitali. Senza contare i vantaggi esclusivi, cioè tasse zero, offerti dalle isole del Canale (Guernsey e Jersey) e dalla rete dei territori caraibici, ex colonie come le Cayman o Bermuda, formalmente indipendenti ma ancora molto legati alla Corona britannica da molteplici vincoli amministrativi e politici.
«Per le aziende non c’è Paese al mondo più attraente della Gran Bretagna», ripete da mesi il premier David Cameron. E infatti, dalle nostre parti, ha fatto scalpore nei mesi scorsi la scelta di Sergio Marchionne che ha portato in Inghilterra la sede fiscale di Fca, la neonata holding del gruppo Fiat-Chrysler. Più di recente anche Gtech, la ex Lottomatica (concessionaria del “Gratta e Vinci”), ha deciso di emigrare a Londra una volta completata la fusione con l’americana Igt. In effetti, l’imposta sui profitti delle società con base nel Regno Unito negli ultimi quattro anni è progressivamente calata fino al 21 per cento. Un’aliquota a dir poco competitiva rispetto a quelle applicate in Paesi come l’Italia o anche la Francia, dove il prelievo fiscale sulle aziende viaggia spesso ben oltre il 40 per cento.

Non è ancora finita. Dal prossimo primo aprile l’aliquota inglese è destinata a scendere fino al 20 per cento Niente di meglio, dal punto di vista di Cameron, in attesa delle elezioni per il rinnovo del parlamento di Westminster in programma tra meno di cinque mesi. “Meno tasse per tutti”, è uno slogan al quale nessun politico rinuncia volentieri.

A ben guardare, può essere interpretata in un’ottica elettorale anche la più recente sortita del premier britannico in tema fiscale. Attaccato da più parti per i presunti favori a suon di sconti sulle tasse concessi alle grandi imprese internazionali, ai primi di dicembre Cameron ha dato via libera a un progetto che mira a colpire quelle multinazionali che grazie a una serie di stratagemmi, formalmente legali, riescono a ridurre di molto, o a non pagare del tutto, le imposte dovute in Gran Bretagna. Le prime a fare le spese di questo prelievo straordinario (è prevista un’aliquota del 25 per cento) sarebbero i colossi dell’economia digitale come Google e Amazon. Non per niente l’imposta è stata ribattezzata “Google tax”.

La nuova legge dovrebbe entrare in vigore ad aprile, ma non è ancora chiaro come funzionerà esattamente. Di certo l’iniziativa inglese conferma che Cameron è deciso a tirare dritto sulla sua strada. Da una parte aliquote basse e sgravi fiscali alle aziende. Dall’altra il pugno di ferro, ma finora solo a parole, contro alcuni ben selezionati giganti multinazionali descritti come evasori sistematici.

La strategia del premier britannico fin qui ha raccolto consensi tra imprenditori e finanzieri e in una parte nell’opinione pubblica. Ben diverse le reazioni a livello internazionale. La Google tax è stata accolta come una sgradita fuga in avanti dalla maggior parte dei Paesi dell’Unione europea, da tempo impegnati a elaborare una strategia comune per bloccare le pratiche elusive delle multinazionali della Rete. Nell’autunno scorso la Commissione di Bruxelles ha avviato un’indagine sui presunti favori fiscali concessi da Irlanda, Olanda e Lussemburgo a multinazionali come Apple, Starbucks e Fiat-Chrysler.

In effetti, la politica fiscale inglese si sta dimostrando sempre più difficile da digerire per i partner Ue. Si spiegano così molte critiche aperte a Londra, accusata di concorrenza sleale verso altri Paesi che si vedono sottrarre risorse importanti in tempi di crisi dei bilanci pubblici. Di recente, per esempio, è finita sotto accusa, la cosiddetta “patent box”, cioè la norma che riduce al 10 per cento l’aliquota sui profitti realizzati grazie allo sfruttamento di diritti di proprietà intellettuale, come i brevetti industriali.

All’atto pratico non risulta affattofacile stabilire esattamente che cosa rientri nei confini piuttosto labili del concetto di “ricerca e sviluppo”, che è alla base degli sgravi. Secondo i critici, quindi, la patent box, in vigore dall’aprile 2013, lascia margini di manovra troppo ampi alle imprese e si presta a trucchi e abusi di ogni tipo. Berlino è partita all’attacco e a novembre il governo di Angela Merkel ha costretto Cameron a un compromesso che dovrebbe portare entro la fine del 2015 a una revisione parziale, in senso restrittivo, delle norme contestate.

Tutti contro tutti, allora, anche all’interno dell’Unione europea. E così, mentre  il Lussemburgo finisce sotto accusa per lo scandalo LuxLeaks, sono i politici e i media britannici a guidare l’attacco al Granducato e al suo ex premier Jean-Claude Juncker, ora presidente della Commissione Ue. Ma quella che appare come una sacrosanta crociata per la trasparenza fiscale può essere spiegata anche con motivi meno nobili. Se il Paese di Juncker viene costretto, per effetto delle pressioni internazionali, a fare un passo indietro sul fronte delle tasse, una parte dei capitali in fuga dalle imposte cercherà rifugi più convenienti e più lontani dai riflettori delle cronache finanziarie. E il Regno Unito è in cima alla lista delle possibili destinazioni.

Prendiamo il caso di Guernsey, una delle isole del Canale sotto sovranità britannica, popolata da migliaia di fondi d’investimento protetti da un fisco a dir poco generoso. È un’industria fiorente, che ha riassorbito in gran fretta i contraccolpi della crisi finanziaria internazionale seguita al crack di Lehman nel 2007. Grandi fondi che battono bandiera inglese, come Permira e Apax, tra i più attivi anche in Italia nella compravendita di aziende, riescono a ridurre al minimo il peso delle imposte grazie a una complessa architettura societaria che parte proprio da Guernsey.

Lo schema è sempre lo stesso: la sede operativa si trova a Londra, nel cuore della City, mentre la holding capofila ha sede nel rifugio a prova di tasse. Anche Jersey, un’altra delle cosiddette “Dipendenze della Corona” britannica, ha fatto fortuna come paradiso fiscale. Situata come Guernsey nel canale della Manica, questa isoletta ospita decine di migliaia di minuscole società amministrate da un pugno di professionisti.
Un’altra specialità locale sono i trust, schermi giuridici che servono a isolare un patrimonio finanziario o immobiliare dal suo legittimo proprietario, che ne affida gestione e rappresentanza a un amministratore (trustee). Come insegna la cronaca finanziaria italiana degli ultimi anni, i trust vengono spesso utilizzati per nascondere al fisco immense fortune accumulate con l’evasione fiscale e a volte anche con il riciclaggio di denaro di origine criminale.

La crescente pressione internazionale negli ultimi anni è riuscita ad aprire alcuni varchi nel muro della segretezza dei paradisi offshore, comprese le isole del Canale. Anche l’Italia, per esempio, ha siglato accordi per lo scambio di informazioni fiscali con Guernsey e con Jersey. Resta il fatto che gli standard di trasparenza di questi territori sono ancora molto lontani da quelli correnti nei Paesi dell’Unione europea. D’altra parte, le dipendenze della Corona non fanno parte della Ue e neppure del Regno Unito.

Spetta al governo inglese, però, la responsabilità ultima della buona amministrazione di questi suoi satelliti. In altre parole, a rigor di legge, Londra potrebbe intervenire per smantellare i paradisi fiscali della porta accanto imponendo nuovi standard di trasparenza sulle migliaia di società, fondi e trust che hanno trovato un comodo rifugio esentasse. Finora però il governo britannico si è ben guardato dall’interferire negli affari d’oro dei territori offshore. E probabilmente, nonostante le dichiarazioni d’intenti, non lo farà neppure nel futuro prossimo. Il motivo è semplice. Guernsey e Jersey servono da retrobottega per la City. Sono il forziere dove affluiscono capitali enormi sotto forma di interessi su titoli, premi assicurativi, commissioni su operazioni finanziarie. Tutto al riparo dalle tasse.

Le ragioni della grande finanza finiscono, quindi, ancora una volta, per dettare l’agenda della politica. Con buona pace della lotta all’evasione fiscale internazionale. Eppure, ormai da un paio di anni, proprio il premier Cameron si è fatto promotore di una campagna per scardinare alcuni dei privilegi dei paradisi offshore. Già nel maggio del 2013, al vertice del G8 convocato in Irlanda del Nord, il primo ministro di Londra aveva sottoposto agli altri grandi Paesi industrializzati un piano d’azione in dieci punti con l’obiettivo dichiarato di mettere all’angolo i Paesi “non collaborativi” nel contrasto ai pirati delle tasse.

I primi della lista sono proprio una serie di mini Stati, ex colonie britanniche, che, al pari di Guernsey e Jersey, non hanno mai tagliato del tutto il loro rapporto di dipendenza con il Regno Unito. Sono i “Territori d’Oltremare”, sette in tutto, tra i quali troviamo alcuni dei più frequentati paradisi fiscali del mondo, come per esempio le Isole Cayman, Bermuda o le British Virgin Islands.

Tutti questi Paesi, a cui pure è riconosciuta un’ampia autonomia amministrativa, riconoscono la regina Elisabetta come proprio capo di Stato e delegano alla ex madrepatria difesa e rapporti internazionali. Il governo britannico in più di un’occasione ha usato i suoi poteri d’intervento per imporre alcune leggi ritenute di primaria importanza. È successo nel 1991, per l’abolizione della pena di morte, e poi ancora nel 2000 per depenalizzare i rapporti omosessuali tra adulti consenzienti. In tema di fisco, Londra si è invece mossa con molta più circospezione. Dopo decenni in cui la questione è stata praticamente ignorata, nel maggio 2013 alla vigilia del vertice del G8, Cameron ha convocato a Londra i rappresentanti delle Dipendenze della Corona e dei Territori d’Oltremare per presentare il suo piano  d’azione per la lotta all’evasione fiscale.
I paradisi offshore a sovranità britannica hanno assicurato cooperazione, promettendo riforme al loro interno. Molti buoni propositi, che però sono rimasti in gran parte parole vuote. È vero, negli ultimi due anni i governi caraibici hanno siglato una raffica di trattati internazionale per lo scambio di informazioni con altri Stati e si sono adeguati ad alcune delle richieste dell’Ocse, l’Organizzazione dei Paesi industrializzati, per aumentare la trasparenza dei loro sistemi finanziari. Quando però Cameron li ha invitati a istituire un registro commerciale che segnalasse gli azionisti delle società, alcuni dei Territori d’Oltremare hanno preso tempo. Altri si sono affrettati a rispedire al mittente la proposta.

«Non abbiamo nessuna intenzione di accettare una simile imposizione», ha dichiarato Alden McLaughlin, il premier delle Cayman. A quanto pare, insomma, Cameron dovrà trovare argomenti più convincenti per smuovere l’opposizione dei paradisi fiscali. Nel frattempo, la trasparenza può attendere.